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Intorno alla magia

Le storie fantastiche dove si intrecciano le gesta di personaggi sottoposti al potere degli incantesimi e della forza sovrannaturale della magia fanno parte del bagaglio ancestrale su cui, da secoli, si sono fondate le culture. In molte fiabe si raccontano le disavventure affrontate da un eroe o un’eroina per seguire un percorso iniziatico che prende il via con l’abbandono del mondo ordinario, sottoposto ai rigidi schemi delle abitudini, e continua in territori ignoti. Qui le vicende non si sottomettono alle regole dettate dalla razionalità, ma si accordano ai registri dei desideri e delle pulsioni interiori. Il mondo fiabesco ci pone dentro un altrove in cui i sogni e le paure diventano l’humus per narrazioni che esplorano le lande abitate dai sentimenti oscuri; tra i suoi paesaggi regna incontrastato il molteplice, mentre le identità diventano indefinite e mostrano la duplice natura dell’essere, abitato dal bene e dal male. Questo spazio, ideale per inscenare racconti attraversati dal moto fluttuante delle metamorfosi, è l’emblema dell’incessante cambiamento di personaggi che scelgono di evocare il potere della magia, dei sortilegi e degli incantesimi esplorando i meandri creati dalla forza del meraviglioso e del fantastico.

 

Marcell Mauss nel saggio Teoria generale della magia scrive che essa è “essenzialmente un’arte del fare e i maghi hanno utilizzato con cura la loro capacità, la loro destrezza e abilità manuale; essa è il dominio della produzione pura, ex nihilo, e fa, con parole e gesti, ciò che le tecniche fanno con il lavoro.[…] fa credere tutto, tanto più facilmente in quanto mette al servizio dell’immaginazione individuale forze e idee collettive. L’arte dei maghi suggerisce mezzi, amplifica le virtù delle cose, anticipa gli effetti e soddisfa così pienamente i desideri, le attese nutrite da intere generazioni.” Questa citazione, tratta da uno degli studi più importanti sulla magia, potrebbe risultare significativa per spiegare il planetario successo della saga di Harry Potter e per introdurci dentro gli arcani spazi della creatività che adotta parole ed immagini, quelle di J. R. Rowling e Serena Riglietti, l’illustratrice dei suoi romanzi in Italia.

La scrittrice inglese ha creato con la sua opera un affascinante e personale mondo che ha riportato alla ribalta nello scenario della letteratura contemporanea la forza propulsiva e dirompente della magia. Il consenso mondiale della saga di Harry Potter potrebbe essere visto come un antidoto offerto dalle pratiche magiche contro il predominio di una società ipertecnologica e deterministica; una via d’uscita che, nel riproporre il mondo del meraviglioso e del fantastico, lancia una sfida all’uniforme e standardizzata personalità imposta dalla società globale. Harry è l’eroe che cerca disperatamente di trovare la propria identità, sapendo che il suo essere orfano gli preclude il protettivo e naturale scudo dei suoi genitori uccisi dal Signore del Male, Lord Voldemort. Solo dopo un lungo apprendistato nella scuola di Hogwarts la magia gli permetterà di vendicare la morte prematura dei suoi cari e liberare il mondo dal potere distruttivo del male, sconfiggendo lo spaventoso antagonista dopo incredibili duelli.

J.R. Rowling non colloca la vicenda in un passato mitico, ma nella realtà contemporanea rendendola una metafora perfettamente riuscita delle eterne difficoltà adolescenziali legate alla crescita e alla maturazione soggettiva. La scuola in cui si apprende la magia si raggiunge con un treno che parte dal binario 9½ e, come lo specchio di Alice, ci conduce oltre la realtà, in un mondo medievaleggiante dove si apprendono le arti esoteriche e vivono giganti, grifoni, unicorni, cani a tre teste, elfi e draghi; Harry, ragazzo nato negli anni Ottanta, invece, vive nella quotidianità con dispotici zii ed un obeso cugino nei sobborghi londinesi. Questi opposti universi, l’attualità metropolitana contrapposta ad un mondo fantastico, si integrano nella narrazione creando un fecondo intreccio tra diversi contesti ambientali. La contemporanea società burocratico-organizzativa trova un corrispettivo nel Ministero della Magia, l’Ufficio Relazione dei Folletti, il Comitato di Incantesimi Sperimentali, mentre siamo circondati da mantelli dell’invisibilità, scope volanti, cappelli parlanti, Mangiamorte e Dissennatori. Reale e immaginario si fondono per decretare, alla fine, l’enorme potere dell’universo fantastico dominato da Incantesimi Infrangibili, Maledizioni Senza Perdono, Anatemi Oscuri, Magie Accidentali e Fatture Gambemolli.

La materia incandescente proposta da J.R. Rowling, che mescola terrore e coraggio, apprendimento consapevole e divinazione mistica, odio portatore di vendetta e condivisione frutto d’amicizia, viene restituita, in maniera molto efficace e personale, dalle tavole e dai disegni di Serena Riglietti. Dopo aver evocato il protagonista in posa malinconica e assorta, espressione di un’infanzia solitaria e senza conforto, per la copertina del primo volume Harry Potter e la pietra filosofale, , nel successivo Harry Potter e la camera di segreti l’illustratrice lo rappresenta mentre plana attorno al castello di Hogwarts, incorniciato da un plenilunio foriero di inquietanti presagi notturni, su un libro di magia vermiglio. Continueremo a vederlo volare in picchiata sull’ippogrifo in compagnia di Hermione al centro di un fiammeggiante e insanguinato tramonto in Harry Potter e il prigioniero di Azkaban. Diventa una silhouette scura, un’ombra stagliata su uno sfondo porpora nella copertina di Harry Potter e il calice di fuoco, dove in primo piano campeggia il calice fiammeggiante che accoglie il foglio con il nome del protagonista, destinato, così, a partecipare al Torneo Tremaghi e vincerlo. In Harry Potter e l’ordine della fenice riappare il volto di Harry che guarda in modo interrogativo il lettore rivelando il suo nuovo aspetto dentro una sinfonia di grigie tonalità. In questa copertina l’atmosfera sembra richiamare la rarefatta sospensione creata per il primo volume, ma il protagonista rinnega l’introversa postura iniziale per assumere un atteggiamento di sfida a testimonianza dell’accresciuta fiducia in se stesso e della consapevolezza della propria missione di riscatto. Nell’ultima tavola creata da Serena Riglietti per Harry Potter e il principe mezzosangue, l’immobilità lascia il posto alla rappresentazione dei tempestosi viaggi intrapresi alla scoperta dei segreti custoditi in luoghi difficilmente accessibili. Vediamo l’eroe insieme a Silente in un ambiente ammantato di tenebre nel momento in cui si accingono a ripercorrere un ricordo della vita di Tom Riddle dentro il pensatoio, lo strumento magico con cui si possono osservare le memorie e i pensieri delle persone.

La splendida tavola è uno dei migliori lavori dell’autrice, poiché gli elementi descritti sono perfettamente calibrati e attivano una narrazione incisiva che trasforma la staticità di un’illustrazione in una sorta di sequenza ricca di azione, grazie alla sua prodigiosa manualità. I lunghi capelli bianchi di Silente avvolgono come un gorgo la scena e riescono a sortire il drammatico effetto di una tempesta interiore; come per magia, ma senza alcun effetto speciale, la composizione sembra animarsi. Serena Riglietti realizza un incantesimo. Appropriandosi della capacità dei maghi di creare dal nulla con la sapienza dei gesti, l’autrice movimenta ciò che è statico, aggiunge alla storia narrata un inedito racconto visivo che, con il potere della creatività, si libra verso i liberi territori delle interpretazioni.

 

Sull’arte di vedere le parole

In una tavola inedita realizzata per la saga di Harry Potter, Serena Riglietti rappresenta Ron Weasley nel momento in cui, per una magia sbagliata, invece di parlare vomita delle lumache. L’illustrazione ripropone alcuni elementi ricorrenti nei suoi lavori come lo sfondo ingabbiato dai tronchi grigio azzurro di un bosco in cui piccole figure volteggiano mosse da folate di vento che le trascina incessantemente. Ron Weasley, sgomento e sormontato da uno strano cappello animalesco, è in balia delle conseguenze di un errore che trasforma le sue parole in lumache. L’autrice avrebbe potuto descrivere visivamente soltanto le chiocciole uscite dalla bocca del malcapitato, invece rappresenta l’intero processo delle lettere nel momento in cui pian piano prendono una diversa forma. Il lavoro diventa una metafora esemplare dell’atto che traduce due linguaggi espressivi, verbale e visivo, all’interno di un complesso sistema di corrispondenze. Questa sapiente immagine creata da Serena Riglietti rimanda, per assonanza, ad un passo di Gargantua e Pantagruele di François Rabelais il quale recita “…ci gettò sul ponte a piene mani parole gelate, e sembravano confettini perlati di vari colori. Noi vi discernemmo parole araldiche, parole di sinopia, parole d’azzurro, di nero, parole dorate.”

Le “parole gelate”, buttate sul ponte della nave da Pantagruele, prima di sciogliersi e far sentire le voci barbariche arrivate da un lontano passato, si presentano allo sguardo come immagini; sono traduzioni visive di sonorità e linguaggi incomprensibili all’udito, ma percepibili e interpretabili dalla vista. Esse sono figlie del pittogramma, il modello comunicativo che precede la scrittura: disegni stilizzati e combinati in modo tale da fornire un ausilio visivo in grado di facilitare la comprensione.

La percezione visiva delle parole attraverso le immagini è uno dei nodi centrali affrontati dal linguaggio dell’illustrazione. Paola Pallottino, nella Storia dell’illustrazione italiana, dimostra come nel corso del Novecento il rapporto tra parola ed immagine abbia subito una profonda trasformazione. L’illustrazione si sarebbe sempre più svincolata da una funzione didascalica o decorativa per inserirsi all’interno di una dimensione più complessa, incentrata sull’interpretazione del testo; soprattutto in ambito narrativo, essa può diventare un’invenzione parallela grazie alla capacità dell’illustratore di cogliere i significati profondi dell’opera.

Tale rapporto di interdipendenza non è, in ogni caso, esente da profondi conflitti. L’autore letterario confida nella capacità del testo di produrre diverse immagini nei differenti lettori e guarda con sospetto l’illustrazione in grado di circoscrivere, con la sua forza persuasiva, i molteplici significati insiti in un’opera di fantasia. Allo stesso tempo il linguaggio visivo ha permesso ad autori ed opere letterarie di vivere una nuova vita grazie alla loro traduzione in immagini.

L’opera di Serena Riglietti germoglia proprio nel fertile ma insidioso terreno in cui viene combattuta l’eterna lotta per stabilire il primato della creatività dell’opera e la legittimità delle sue molteplici interpretazioni. Il suo lavoro si concentra, anche se non esclusivamente, sull’editoria dell’infanzia, settore in cui gli aspetti pedagogici e comunicativi dovrebbero essere oggetto di particolare attenzione da parte degli illustratori. Serena Riglietti sembra far leva proprio sulle regole, su un metodo rispettoso dei suoi giovani destinatari, evitando di produrre compiaciuti esercizi di stile più vicini ad un pittoricismo di maniera. La sua forza è l’uso di un linguaggio classico che non cade nella trappola della citazione, ma restituisce alla fiaba nuova linfa vitale.

Il mondo da lei creato è un universo che potremmo definire barocco per la sovrabbondanza di elementi, la cura dei dettagli e dei particolari; è come se la ricchezza inesauribile dell’immaginario fiabesco precipitasse nelle sue tavole, evocata da un segno ispirato che produce lo stupore di fronte al meraviglioso. Il suo stile rifiuta l’istantanea visione d’insieme per cercare la complicità di uno sguardo accordato ai ritmi pacati di una “lettura” non superficiale. Così come la carta dei suoi acquerelli assorbe lentamente le infinite sfumature dentro cui sono impaginati i personaggi, i “piccoli” capolavori dell’autrice richiedono tempo per essere compresi. Il tempo è un elemento chiave, non solo perché orologi e calendari compaiono spesso nelle sue illustrazioni, ma perché le opere catturano l’osservatore dentro un seducente processo temporale nel quale la durata della visione si lega al lento procedere delle narrazioni.

I racconti visivi di Serena Riglietti sono il personale omaggio ai libri ed alla loro capacità di fascinazione. Non a caso, in molti lavori essi compaiono realmente, trasformandosi in sipari da cui sortiscono personaggi e cose, o diventando tappeti volanti come nella celebre copertina ideata per l’edizione italiana di Harry Potter e la camera dei segreti. Nel recente The Magician’s Boy di Susan Cooper, il libro diventa lo spazio in cui accadono gli eventi, il luogo dove viene ambientata la lotta di un ragazzo, aspirante mago, alla ricerca di San Giorgio per sconfiggere il drago. In sogno, il giovane eroe entra nella terra delle storie dove incontra alcuni dei classici personaggi delle fiabe, per scoprire, alla fine, che San Giorgio è lui stesso e il suo scopo è uccidere il drago. The Magician’s Boy rivela come la vera magia risieda nella personale capacità di inventare delle storie, di essere il burattinaio che, tirando i fili del racconto, anima i vari personaggi. Lo stupore di trovare il dono della creazione in se stessi è un momento decisivo nel tragitto di formazione compiuto da ogni vero autore.

Serena Riglietti potrebbe essere una magician’s girl che si è addentrata nelle storie fantastiche per darne una personale versione e far risplendere parole antiche di nuova luce. In questa vera e propria ricerca d’identità, l’autrice non cerca la sfida con il testo, ma si affida ad esso ed alle sue suggestioni. I disegni ed i preziosi acquerelli creati da Serena Riglietti sono gli espliciti e riconoscibili segni della sua poetica sensibilità, e sembrano esprimere un pensiero: “io sono quello che disegno”.

La sua opera possiede una cifra stilistica inconfondibile, sia che affronti classici come Rosaspina, Il mago di Oz, Lo schiaccianoci, Peter Pan, che autori contemporanei o best-sellers mondiali come Harry Potter. La predilezione per le prospettive sghembe tipiche del sogno, il senso di un precario equilibrio prodotto da oggetti in rivolta, i presagi di tempeste annunciate da continue folate di vento sono caratteristiche di un universo bizzarro in continua metamorfosi in balia di forze invisibili. Per Serena Riglietti i mondi della veglia e del sonno sono in perenne contatto e, quando la razionalità lascia il posto al magico potere dei sogni, i luoghi in cui ci troviamo sono quelli dove tutto è possibile. L’autrice, grazie alla straordinaria abilità tecnica, crea uno spazio “altro” dove il movimento regna sovrano anche se rappresentato in sospensione; una sorta di incantesimo per permetterci di osservare, con occhi stupiti, l’inesauribile ricchezza del suo immaginario.

In alcune occasioni, Serena Riglietti ha oltrepassato i territori, per lei abituali, della letteratura per esercitarsi su testi poetici e musicali. Nel progetto curato per Max Gazzè, sfodera un particolare segno grafico privo di sfumature, mentre, per evocare il rock melodico dei Greenwall, crea cinque opere che rappresentano una raffinata sintesi di tutto il suo lavoro. In questi acquerelli Serena Riglietti rivela un’esemplare capacità d’invenzione e, senza abbandonare lo stile che l’ha resa celebre come illustratrice, dimostra come il confine tra illustrazione ed arte sia inesistente.

Recentemente Serena mi ha aperto la porta del suo studio avendo ancora in mano un piccolo pennello con le setole non più spesse delle ciglia: è, per me, un’immagine decisiva. Mi fa pensare a quegli artisti che, attraverso il lento e paziente lavoro della mano, traducono le suggestioni della scrittura, oggi sempre più affidata alle asettiche tastiere di un computer. Il minuscolo pennello di Serena è la sua personale bacchetta magica con la quale compie prodigi continui che evocano e fanno vedere le parole in una veste che non avremmo mai osato immaginare. Piccola ed abile maga, ha affrontato un duro apprendistato alla scuola di una fantasia non incatenata a rigide regole per far risplendere gli incantesimi permessi solo all’arte.