2 girls 1 cup

ci gettò sul ponte a piene mani parole gelate, e sembravano confettini perlati di vari colori.
Noi vi discernemmo parole araldiche, parole di sinopia, parole d’azzurro, di nero, parole dorate
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François Rabelais, “Gargantua e Pantagruele”

Le “parole gelate”, buttate sul ponte della nave da Pantagruele, prima di sciogliersi e far sentire le voci barbariche arrivate da un lontano passato, si presentano allo sguardo come immagini; sono traduzioni visive di sonorità e linguaggi incomprensibili all’udito, ma percepibili e interpretabili dalla vista. Le “parole gelate” sono figlie del pittogramma, il modello comunicativo che precede la scrittura, fatto di disegni stilizzati e combinati in modo tale da fornire un ausilio visivo in grado di facilitare la comprensione. La percezione visiva delle parole attraverso le immagini è uno dei nodi centrali affrontati dal linguaggio dell’illustrazione. Paola Pallottino, nella Storia dell’illustrazione italiana, dimostra come nel corso del Novecento il rapporto tra parola ed immagine abbia subito una profonda trasformazione. L’illustrazione si sarebbe sempre più svincolata da una funzione didascalica o decorativa per inserirsi all’interno di una dimensione più complessa, incentrata sull’interpretazione del testo; soprattutto in ambito narrativo, essa può diventare un’invenzione parallela grazie alla capacità dell’illustratore di cogliere i significati profondi dell’opera.

 

Tale rapporto di interdipendenza non è, in ogni caso, esente da profondi conflitti. L’autore letterario confida nella capacità del testo di produrre diverse immagini nei differenti lettori e guarda con sospetto l’illustrazione in grado di circoscrivere, con la sua forza persuasiva, i molteplici significati insiti in un’opera di fantasia. Allo stesso tempo il linguaggio visivo ha permesso ad autori ed opere letterarie di vivere una nuova vita grazie alla loro traduzione in immagini.

L’opera di Serena Riglietti germoglia proprio nel fertile ma insidioso terreno in cui viene combattuta l’eterna lotta per stabilire il primato della creatività dell’opera e la legittimità delle sue molteplici interpretazioni. Il suo lavoro si concentra, anche se in maniera non esclusiva, sull’editoria dell’infanzia, settore in cui gli aspetti pedagogici e comunicativi dovrebbero essere oggetto di particolare attenzione da parte degli illustratori. Serena Riglietti sembra far leva proprio sulle regole, su un metodo rispettoso dei suoi giovani destinatari, evitando di produrre compiaciuti esercizi di stile più vicini ad un pittoricismo di maniera. La sua forza è l’uso di un linguaggio classico che non cade nella trappola della citazione, ma restituisce alla fiaba nuova linfa vitale.

Il mondo creato da Serena Riglietti è un universo che potremmo definire barocco per la sovrabbondanza di elementi, la cura dei dettagli e dei particolari; è come se la ricchezza inesauribile dell’immaginario fiabesco precipitasse nelle sue tavole, evocata da un segno ispirato in grado di produrre lo stupore di fronte al meraviglioso. Il suo stile rifiuta l’istantanea visione d’insieme per cercare la complicità di uno sguardo che si accordi ai ritmi pacati di una “lettura” non superficiale. Così come la carta dei suoi acquerelli assorbe lentamente le infinite sfumature dentro cui sono impaginati i personaggi, i “piccoli” capolavori dell’autrice richiedono tempo per essere compresi. Il tempo è un elemento chiave, non solo perché orologi e calendari compaiono spesso nelle sue illustrazioni, ma perché le opere catturano l’osservatore dentro un seducente processo temporale nel quale la durata della visione si accorda al lento procedere delle narrazioni.

I racconti visivi di Serena Riglietti sono il personale omaggio ai libri ed alla loro capacità di fascinazione. Non a caso, in molti lavori i libri compaiono realmente, trasformandosi in sipari da cui sortiscono personaggi e cose, o diventando tappeti volanti come nella celebre copertina ideata per l’edizione italiana di Harry Potter e la camera dei segreti. Nel recente lavoro illustrato, The Magician’s Boy di Susan Cooper, il libro diventa lo spazio in cui accadono gli eventi, il luogo dove viene ambientata la lotta di un ragazzo, aspirante mago, alla ricerca di San Giorgio per sconfiggere il drago. In sogno, il giovane eroe entra nella terra delle storie dove incontra alcuni dei classici personaggi delle fiabe, per scoprire, alla fine, che San Giorgio è lui stesso e uccidere il drago. The Magician’s Boy rivela come la vera magia risieda nella personale capacità di inventare delle storie, di essere il burattinaio che, tirando i fili del racconto, anima i vari personaggi. Lo stupore di trovare il dono della creazione in se stessi è un momento decisivo nel tragitto di formazione compiuto da ogni vero autore.

Serena Riglietti potrebbe essere una magician’s girl che si è addentrata nelle storie fantastiche per darne una personale versione e far risplendere parole antiche di nuova luce. In questa vera e propria ricerca d’identità, l’autrice non cerca la sfida con il testo, ma si affida ad esso ed alle sue suggestioni. I disegni ed i preziosi acquerelli creati da Serena Riglietti sono gli espliciti e riconoscibili segni della sua poetica sensibilità, e sembrano esprimere un pensiero: “io sono quello che disegno”.

La sua opera possiede una cifra stilistica inconfondibile, sia che affronti classici come Rosaspina, Il mago di Oz, Lo schiaccianoci, Peter Pan, che autori contemporanei o best sellers mondiali come Harry Potter. La predilezione per le prospettive sghembe tipiche del sogno, il senso di un precario equilibrio prodotto da oggetti in rivolta, i presagi di tempeste annunciate da continue folate di vento, sono caratteristiche di un universo bizzarro in continua metamorfosi ed in balia di forze invisibili. Per Serena Riglietti i mondi della veglia e del sonno sono in perenne contatto e, quando la razionalità lascia il posto al magico potere dei sogni, i luoghi in cui ci troviamo sono quelli dove tutto è possibile. L’autrice, grazie alla straordinaria abilità tecnica, crea uno spazio “altro” dove il movimento regna sovrano anche se rappresentato in sospensione; una sorta di incantesimo per permetterci di osservare, con occhi stupiti, l’inesauribile ricchezza del suo immaginario.

In alcune recenti occasioni, Serena Riglietti ha oltrepassato i territori, per lei abituali, della letteratura per esercitarsi su testi poetici e musicali. Nel progetto curato per Max Gazzè, sfodera un particolare segno grafico privo di sfumature, mentre, per evocare il rock melodico dei Greenwall, crea cinque opere che rappresentano una raffinata sintesi di tutto il suo lavoro. In questi acquerelli Serena Riglietti dimostra un’esemplare capacità d’invenzione, senza abbandonare l’abituale stile che l’ha resa celebre come illustratrice, dimostrando come il confine tra illustrazione ed arte sia inesistente.

Recentemente Serena mi ha aperto la porta del suo studio avendo ancora in mano un piccolo pennello con le setole non più spesse delle ciglia: è, per me, un’immagine decisiva. Mi fa pensare a quegli artisti che, attraverso il lento e paziente lavoro della mano, traducono le suggestioni della scrittura, oggi sempre più affidata alle asettiche tastiere di un computer. Il minuscolo pennello di Serena è la sua personale bacchetta magica con la quale compie prodigi continui per evocare e farci vedere le parole in una veste che non avremmo mai osato immaginare.