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Disegnare per me significa aver trovato il modo di dare un seguito piacevole ai giochi dell’infanzia.

Anche quelli erano piacevoli, ma nel seguito c’è un grado di consapevolezza che rende il piacere più grande, ma anche la sofferenza più vera. Se i giochi dell’infanzia servono per conoscere il mondo, proseguirli ‘da grandi’ significa conoscere la libertà di inventarne altre versioni.

Un artista mi ha detto che, se non continuasse la propria ricerca, forse andrebbe in analisi; in effetti avere la possibilità di esprimersi con un linguaggio significa porsi continuamente delle domande e darsi delle risposte, e le tavole diventano dei veri e propri ‘contenitori’ della nostra storia.

Io disegno per raccontare con i segni, i simboli e le metafore, e li utilizzo come se fossero parole.

Se scrivessi avrei uno stile più vicino ai romanzi ottocenteschi piuttosto che alla poesia evocativa, perché nelle mie tavole ci sono molti elementi, in ogni disegno mi sembra che ci sia sempre anche un prima e un dopo; nello spazio che guardi sembra ci sia passato qualcuno che ha scompaginato il tempo, o la prospettiva, e poi se ne è andato, lasciando tutto in sospensione.

Ancora certe volte ho il tempo di chiedermi perché disegno, ho sempre dato per scontato che per me fosse una necessità, ma adesso non sono più sicura che sia così, certe volte mi dico che disegno perché è la cosa che mi costa meno fatica, mentre se volessi iniziare qualsiasi altra strada dovrei faticare tanto, e poi non so se troverei un altro ‘mio posto’ nel mondo.

Mentre scrivo mi torna in mente il primo lavoro che feci quando entrai alla scuola d’arte, era lo story–board per un disegno animato: c’era un personaggino informe (forse ero io?) che viaggiava sopra una nuvola carico di tubi di colore, li apriva e ne spruzzava il contenuto sulla città che da grigia si colorava di tutte le tinte. Forse stavo scrivendo inconsapevolmente il mio programma. I miei insegnanti non lo trovarono particolarmente affascinante, non ero una promessa a scuola; mi ricordo che c’era un gruppo di ‘tendenza’ che disegnava e colorava tutto come se fosse stato dello stesso materiale: un cuoio lucido e morbido, molto accattivante, io invece cercavo le pennellate ‘cattive’, disegnavo il corpo umano, non bello, segnato, sgraziato, cercavo il ‘mal di stomaco’, l’adrenalina. L’ho cercata nel teatro, nella recitazione; portavamo Artaud nelle piazze facendo scappare la gente, una volta andammo anche davanti ai cancelli della FIAT di Torino, eravamo in 18, ad inscenare La peste.

Ad un certo punto feci un lavoro su Alice, molto psichedelico, molto autobiografico. Disegnai una delle migliori tavole dopo essere stata a testa in giù per un’ora, fissando il vetrino dello stereo che mandava i Colosseum a tutto volume; il vetrino era specchiante ed io osservavo i miei occhi al contrario. Ci vidi tutta una scena e, man mano che il sangue andava alla testa, prendeva forma. Era un bel lavoro.

Da lì in poi, tutto seguì un filo logico. Me ne andai alla fiera del libro di Bologna con la mia Alice sotto braccio, me la chiese un editore spagnolo, che poi sparì! Ma io ormai avevo sentito l’odore dei libri, e mi piaceva; decisi che ne avrei fatti anch’io. Volevo un lavoro che mi rendesse indipendente, mi vedevo ‘da grande’ in una stanza con finestre enormi, a disegnare, ed eccomi qui, al ‘mio posto’.