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Bastano, davvero, anche due sole copertine per definire il senso di un operare, quello di Serena Riglietti, che si mostra isolato e perentorio nell’ambito, ora vasto, dell’illustrazione italiana. Se si osservano le due tavole con cui sono stati presentati al pubblico i due volumi: Harry Potter e la pietra filosofale, della Rowlings, e La casa delle bambole non si tocca! Di Beatrice Masini si nota subito come in esse sia sottesa un’evidente dichiarazione di poetica. Serena, infatti, non intende propriamente illustrare, vuole, invece, creare sempre e comunque un’icona. In questo senso non cerca i propri legittimi antenati nella storia dell’illustrazione, ma in quella del cartellonismo.

 

Così è bene rammemorare i nomi di Gino Boccasile, di Leonetto Cappiello, di Armando Testa, ovvero tre presenze grandissime e tra loro fortissimamente differenziate.

Le icone di Serena hanno carattere riassuntivo e programmatico, ma anche ermeneutico. Infatti interpretano i personaggi e gli accadimenti, devono essere sicure di raccogliere in sé, molto ambiziosamente, tanto il senso quanto il significato dell’opera a cui si riferiscono. Tutto è contenuto in quell’effetto “colpo d’occhio” che è tanto difficile da conseguire. Serena si lascia attrarre da un atteggiamento, da una posizione, da uno specifico assemblaggio, dal gioco dei contrasti, dallo stabilirsi sistematico di correlazioni incongrue.

Tutto ha valore, nelle sue tavole-icone, solo se si rende davvero memorabile, solo se assume rilievo di sfida, solo se chiede di essere inequivocabilmente ricordato. Radice di un lavoro così determinato è quella che può dirsi “gulliverizzazione”. Occorre ingrandire, rimpicciolire, trasformare il senso delle proporzioni, stabilire fra le parti quote arbitrarie di spazio.

Poi si deve sapere costruire, perché la tavola è luogo di dominio che Serena esercita con grande sicurezza. Dalla cartellonistica si va sino al senso più profondo della pittura del Novecento, dove si sa quale assoluta importanza abbiano conseguito i rapporti volumetrici, fino a dar luogo a una particolare forma di astrattismo volumetrico, appunto, dove solo le accorte contrapposizioni tra le parti fornivano i desiderati esiti poetici. E si deve però subito notare che Serena non segue la linea di Attilio Mussino, che tanto valore ha avuto e ha nella tradizione italiana. Infatti l’autore delle memorabili tavole per il quarto Pinocchio, ha detto che solo un nerissimo contorno, inflessibile fino all’autoironia, può creare le icone alle quali anche il sommo Attilio guardava essenzialmente. No: Serena possiede un segno calcolatamente esile, volutamente minuto, deliberatamente sussurrato. I suoi delicatissimi contorni sembrano voler creare un ossimoro e determinare un paradosso: intensissima l’icona, carezzevole il segno che nella dimensione ultima la rende davvero visibile.

Alla pura levità del segno, mai casuale, Serena affida il proprio viatico per accedere al fantastico, ma anche per riconoscere il bizzarro, per ottenere una stabile presenza in quella nursery dove vuole stabilmente abitare, in una piena dedizione.

Ci sono vari tipi di fantastico, c’è perfino un occulto cuore del fantastico. Serena chiede udienza agli occulti tutori di questa Altra Parte, di questo Dietro lo Specchio, di questo Monte Analogo, domanda proprio di poter entrare. Garantisce che non disturberà. Con quel suo segno inequivocabile, però sottile come la chiave d’argento di Lovercraft, Serena entra nell’eterna aurora, dove non ci sono grida, ma solo sussurri, perché

il sussurro è il modulo espressivo che consente di provocare il riso delle fate. Illustrare, per Serena Riglietti, è riassuntiva lezione di stile, ma la preparazione della lezione richiede studio, progetto, calcolo, meditazione, ricerca. Le fate non sorridono agli improvvisatori.