2 girls 1 cup

Quando penso a Serena Riglietti, il suo primo disegno che mi viene in mente raffigura un gigante che, come in certe iconografie tedesche di San Cristoforo, porta un bambino in spalla. Entrambi i personaggi sono lieti, solari; i colori del paesaggio che occupano sono l’ocra e il ruggine chiaro, colori tenui, caldi, a metà tra la nursery e gli affreschi sbiaditi dal sole. L’immagine, come sempre o spesso avviene nelle opere di Serena, appartiene a una terra di mezzo tra il mito e la fiaba: dell’uno possiede il senso archetipico, la classicità delle figure, la solennità dell’azione; dall’altra invece riceve l’atmosfera sognante, la giocosità infantile, il senso di meraviglia e di stupore che sembra investire i suoi personaggi e da loro trasmettersi a chi guarda.

Questo disegno specifico di cui sto parlando era il primo da lei eseguito, o per lo meno il primo che io ho visto, per illustrare la saga di Harry Potter e, dal punto di vista strettamente filologico, era un disegno del tutto sbagliato. L’illustrazione serviva per un pieghevole di quelli che a volte prepariamo per anticipare ai librai l’uscita di un libro importante; nella ridicola mancanza di tempo con cui troppo spesso siamo costretti a lavorare nelle case editrici, a Serena erano state date indicazioni sommarie e imprecise: il gigante (i fan della Rowling lo avranno già capito) doveva essere Hagrid, ma era decisamente più gigante di quanto sia nel libro; il bambino, ovviamente, era Harry Potter, ma non presentava, in quella sua prima apparizione italiana, alcun segno dei famosi occhiali né della fatidica cicatrice a forma di saetta; dimostrava anche sette o otto anni, e Hagrid, come dicevo, lo portava in spalla: nel primo libro, nell’unica scena di tutta la saga in cui Harry viene trasportato da Hagrid, ha poco più di un anno, e non è in spalla ma (anche questo è ormai risaputo da tutti i fan) su una motocicletta volante nera.

Eppure, quel disegno sbagliato era perfetto. Era da subito evidente la sintonia di Serena con le atmosfere di Harry Potter: atmosfere sospese oltre che tra fiaba e mito anche tra fantastico e quotidiano, tra infantile e adulto, tra modernità e classicità. Soprattutto, quella scena sprizzava magia, quella magia semplice e priva di effetti speciali che rende così credibili i libri di J.K. Rowling e che necessariamente si perde nei film, dove invece è gioco forza che proprio gli effetti speciali siano padroni incontrastati.

E c’era un’altra grande qualità, a mio modo di vedere, in quella tavola, che si ritrova in tutto il lavoro di Serena e lo rende particolarmente interessante: l’italianità. Non mi riferisco, naturalmente, a una qualche astratta virtù nazionale, ma a un profondo radicamento, talmente profondo da parere quasi spontaneo, naturale, non cercato, nella grande arte del nostro paese, e in particolare in quella del suo centro geografico, dove Serena è nata e che ha regalato all’Italia forse le maggiori vette della sua produzione artistica. Di quell’arte, toscana, umbra, marchigiana, Serena ritrova spesso i colori, sempre la luce e la dolcezza; ed è affascinante l’incontro di un segno così mediterraneo con una letteratura, come quella per l’infanzia in generale e del fantasy in particolare, che invece è principalmente nordica, vuoi per provenienza diretta degli autori vuoi per ispirazione letteraria, per esempio agli scritti di Tolkien o alle fiabe dei fratelli Grimm.

Nel caso specifico di Harry Potter, mi sembra particolarmente piacevole l’idea che una saga di ambientazione squisitamente inglese, ma che evidentemente contiene elementi universali tali da farla diventare un successo mondiale, abbia nella sua versione italiana qualcosa di giottesco o raffaelesco.

Naturalmente, in barba alla filologia, abbiamo tenuto il disegno e l’abbiamo usato in quel pieghevole: è stato il primo incontro di una ristretta cerchia del pubblico italiano (librai, venditori, qualche giornalista) con Harry Potter, ed è stato da subito un incontro fortunato. Il successo planetario era da venire, del piccolo mago inglese in Italia non aveva sentito ancora parlare nessuno, ma l’accoglienza per quel bambino, senza occhiali e senza cicatrice, un po’ troppo grande e forse un po’ troppo marchigiano, poteva già far presagire quello che di lì a poco sarebbe successo.