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Fate un esperimento. Provate a sfogliare velocemente le immagini di un catalogo di Serena Riglietti. Pochi secondi per figura, quasi come quando si facevano i cartoni animati in casa. Si disegnavano in ogni pagina piccole sagome simili ma sempre con qualche cambiamento e poi si facevano scorrere rapidamente i fogli.

Uomini, cani, soli, case, improvvisamente assumevano una vita propria e quasi ci si aspettava che uscissero dalla carta.

Le immagini di Serena riescono a comunicare lo stesso senso di stupore e di magia. Sembra che un ritmo segreto percorra e unifichi tutte le sue illustrazioni, quasi che una raffica di vento attraversi tutte le pagine e si imponga come protagonista di un'unica storia complessiva. Il vento in effetti è spesso presente in queste tavole, ora brezza, più spesso vortice violento, e ne determina la grammatica compositiva. Le cime degli alberi si inclinano, gli oggetti sembrano animarsi, gli stessi personaggi si ritrovano sorpresi a librarsi nel vuoto e non possono che abbandonarsi ad un moto a spirale, avvolgente, senza tregua.

Da dove venga questo vento non è dato saperlo: sarà quello dell’ Est che solleva la casa della piccola Dorothy nel mago di Oz, o quello che deposita Mary Poppins a Londra, in Via le dei Ciliegi, davanti alla villa dei giovani Banks?

È quello che sferza il volto di Peter Pan o quello che awolge Alice nella sua caduta? Certo è che viene da lontano, dal “c’era una volta" delle fiabe, ha una natura ancestrale e si fa depositario di messaggi cifrati difficili da comprendere.

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Quando penso a Serena Riglietti, il suo primo disegno che mi viene in mente raffigura un gigante che, come in certe iconografie tedesche di San Cristoforo, porta un bambino in spalla. Entrambi i personaggi sono lieti, solari; i colori del paesaggio che occupano sono l’ocra e il ruggine chiaro, colori tenui, caldi, a metà tra la nursery e gli affreschi sbiaditi dal sole. L’immagine, come sempre o spesso avviene nelle opere di Serena, appartiene a una terra di mezzo tra il mito e la fiaba: dell’uno possiede il senso archetipico, la classicità delle figure, la solennità dell’azione; dall’altra invece riceve l’atmosfera sognante, la giocosità infantile, il senso di meraviglia e di stupore che sembra investire i suoi personaggi e da loro trasmettersi a chi guarda.

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ci gettò sul ponte a piene mani parole gelate, e sembravano confettini perlati di vari colori.
Noi vi discernemmo parole araldiche, parole di sinopia, parole d’azzurro, di nero, parole dorate
.

François Rabelais, “Gargantua e Pantagruele”

Le “parole gelate”, buttate sul ponte della nave da Pantagruele, prima di sciogliersi e far sentire le voci barbariche arrivate da un lontano passato, si presentano allo sguardo come immagini; sono traduzioni visive di sonorità e linguaggi incomprensibili all’udito, ma percepibili e interpretabili dalla vista. Le “parole gelate” sono figlie del pittogramma, il modello comunicativo che precede la scrittura, fatto di disegni stilizzati e combinati in modo tale da fornire un ausilio visivo in grado di facilitare la comprensione. La percezione visiva delle parole attraverso le immagini è uno dei nodi centrali affrontati dal linguaggio dell’illustrazione. Paola Pallottino, nella Storia dell’illustrazione italiana, dimostra come nel corso del Novecento il rapporto tra parola ed immagine abbia subito una profonda trasformazione. L’illustrazione si sarebbe sempre più svincolata da una funzione didascalica o decorativa per inserirsi all’interno di una dimensione più complessa, incentrata sull’interpretazione del testo; soprattutto in ambito narrativo, essa può diventare un’invenzione parallela grazie alla capacità dell’illustratore di cogliere i significati profondi dell’opera.

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Intorno alla magia

Le storie fantastiche dove si intrecciano le gesta di personaggi sottoposti al potere degli incantesimi e della forza sovrannaturale della magia fanno parte del bagaglio ancestrale su cui, da secoli, si sono fondate le culture. In molte fiabe si raccontano le disavventure affrontate da un eroe o un’eroina per seguire un percorso iniziatico che prende il via con l’abbandono del mondo ordinario, sottoposto ai rigidi schemi delle abitudini, e continua in territori ignoti. Qui le vicende non si sottomettono alle regole dettate dalla razionalità, ma si accordano ai registri dei desideri e delle pulsioni interiori. Il mondo fiabesco ci pone dentro un altrove in cui i sogni e le paure diventano l’humus per narrazioni che esplorano le lande abitate dai sentimenti oscuri; tra i suoi paesaggi regna incontrastato il molteplice, mentre le identità diventano indefinite e mostrano la duplice natura dell’essere, abitato dal bene e dal male. Questo spazio, ideale per inscenare racconti attraversati dal moto fluttuante delle metamorfosi, è l’emblema dell’incessante cambiamento di personaggi che scelgono di evocare il potere della magia, dei sortilegi e degli incantesimi esplorando i meandri creati dalla forza del meraviglioso e del fantastico.

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Quando, nel 1998, la Rowling vide la copertina dell’edizione italiana di “Harry Potter e la pietra filosofale”, primo volume della saga del maghetto, chiese come mai Harry indossasse quello strano copricapo, a forma di testa di topo, del quale non c’era traccia nel romanzo.

Le fu risposto che l’illustratrice disegnava così i suoi personaggi, con “cappelli strani in testa”.

L’illustratrice era Serena Riglietti e la copertina era stata disegnata sulla scorta di un lungo campionario di visioni messo a punto in precedenza, una vera e propria codificazione d’immagini riassunta in una serie di tavole per lo più inedite o poco conosciute. Una di queste, L’ora del tè(1997) di un’Alice nel paese delle meraviglie mai pubblicato, è un vero e proprio catalogo delle offerte.

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