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pensierisparsi

Disegnare per me significa aver trovato il modo di dare un seguito piacevole ai giochi dell’infanzia.

Anche quelli erano piacevoli, ma nel seguito c’è un grado di consapevolezza che rende il piacere più grande, ma anche la sofferenza più vera. Se i giochi dell’infanzia servono per conoscere il mondo, proseguirli ‘da grandi’ significa conoscere la libertà di inventarne altre versioni.

Un artista mi ha detto che, se non continuasse la propria ricerca, forse andrebbe in analisi; in effetti avere la possibilità di esprimersi con un linguaggio significa porsi continuamente delle domande e darsi delle risposte, e le tavole diventano dei veri e propri ‘contenitori’ della nostra storia.

Io disegno per raccontare con i segni, i simboli e le metafore, e li utilizzo come se fossero parole.

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cavoli però….che responsabilità!

Quasi tutti i momenti vissuti insieme diventano anelli per quelle belle spine dorsali destinate sorreggerci per tutta al vita, fino al momento in cui anche i ricordi diventano delle sfumature, sostituiti dal ricordo che qualcosa c’era, ma non sappiamo più cosa.

Molto tempo fa avevo dodici anni. Ero curiosa e già autolesionista, o comunque usavo il mio corpo come un laboratorio sul quale sperimentare la resistenza al mondo; forse avrei dovuto aspettare un po’ prima di mettermi a leggere Camus e Kafka, ma quelli avevo in casa, e poi questa è un’altra storia.

Ci eravamo trasferiti a pesaro da un paio d’anni, ed io non amavo questa piccola provincia, dove parlavano strano, per dire che una cosa non funzionava dicevano “non fa” e per dire vieni qui, vieni con me, dicevano “vieni oltre”.

Mio padre faceva avanti e indietro da milano, dove stava chiudendo la sua attività per riaprirla a pesaro, quindi non ci vedevamo spesso, ma quando arrivava eravamo contente, e stavamo molto insieme.

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C’è che trova noioso leggerli e c’è chi spende fino all’ultimo centesimo per averne il più possibile. C’è chi li usa come ‘regalo sempre gradito dell’ultima ora’ e chi li considera una sana abitudine. C’è chi se li compra per arredare la casa e chi, la domenica mattina, ama passare in rassegna i dorsi di tutti quelli che possiede. C’è chi li ha messi in tante teche di vetro e chi ad un certo punto ha dovuto venderli. C’è chi non li ha mai presi in considerazione se non per pensare che forse, un giorno, potrebbe scrivere il libro della sua vita (!). C’è chi appena li apre ci ficca il naso dentro e chi ogni tanto scopre in un libro quel certo pensiero che gli frullava nella testa da un pezzo, ma che non sapeva descrivere a parole.

C’è chi ha imparato ad amarli fin da bambino e sicuramente qualcosa c’ha guadagnato.

Serena Riglietti